Placido Di Stefano – Racconto Sez. D

La descrizione di un attimo

Continuava a sfogliare la rivista ma non riusciva a concentrarsi sulle parole.

Le foto le vedeva sfocate.

Era lì perché avrebbe dovuto comunicare una decisione, ma la decisione non l’aveva ancora presa.

Era la sua ultima possibilità, poi non ci sarebbe stato più tempo, non sarebbe più stato possibile tornare indietro.

O sì.

O no.

Non si era mai trovata in una situazione del genere.

Guardava la foto di un uomo (un cantante?, un divo della tv?) che abbraccia una donna davanti a un ristorante ma era come se vedesse attraverso l’immagine.

Aveva vent’anni e pensava che una ragazza della sua età in quel momento avrebbe dovuto pensare ad altro, tipo: l’esame di storia del teatro che stava cercando di preparare, o la gonna da indossare alla festa di compleanno della sua migliore amica che ci sarebbe stata quella sera.

Anche se non sapeva ancora se andare o meno.

Aveva da prendere una decisione importante e questa cosa non la metteva nella giusta disposizione d’animo per affrontare il clima di una festa.

Allo stesso modo partecipare a una festa forse le avrebbe fatto bene al morale qualunque decisione avesse preso.

O sì.

O no.

 

Si era tenuta tutto dentro, non aveva detto niente a nessuno.

Nemmeno alla sua migliore amica con la quale era stata in vacanza qualche mese prima e che quella sera festeggiava i suoi vent’anni.

Forse avrebbe dovuto raccontarle tutto quando lei (l’amica), quella stessa mattina (dopo la notte passata fuori), era tornata in tenda.

Ma non l’aveva fatto.

Era rimasta sdraiata sul suo materassino avvolta nel sacco a pelo con una mano stretta dove sentiva male.

L’aveva sentita arrivare quando ormai erano quasi le otto del mattino.

Lei invece era tornata in campeggio un paio d’ore prima.

E una volta in tenda aveva preso il suo accappatoio ed era andata nei bagni comuni.

Ci era rimasta più di un’ora in quei bagni.

In tutto quel tempo aveva fatto una lunga doccia.

Aveva cercato di lavarsi, ma aveva male dappertutto.

Davanti e dietro.

Aveva pianto sotto la doccia.

Quando era tornata in tenda si era sdraiata ed era rimasta con gli occhi aperti a fissare le trame del tessuto del sacco a pelo come se ci cercasse un qualche segno.

Aveva ascoltato i rumori del risveglio mattutino del campeggio e aveva sempre tenuto una mano premuta dove aveva male, ma non aveva più pianto.

Poi l’aveva sentita entrare.

Sei sveglia?, le aveva chiesto l’amica.

Sì, aveva risposto lei.

Allora? Hai conosciuto qualcuno? O sei tornata indietro subito?

Lei aveva alzato le spalle e scosso la testa mentre l’amica aveva preso a raccontarle del tizio con cui era stata durante la notte.

Un ragazzo che aveva conosciuto a una festa reagge sulla spiaggia dove erano state la sera prima.

Avevano passato la giornata a prendere il sole e dopo cena erano andate a questa festa con dj e music set di fronte a un bar improvvisato, coi tetti fatti di palme e il bancone tirato su con qualche bancale, dove avevano bevuto mojito e cuba libre.

Avevano ballato sulla sabbia e il tizio che gli si era affiancato le aveva invitate a bere.

Dopo un paio di giri si era già capito con chi dovesse passare la notte il ragazzo e lei si era defilata.

Aveva bevuto ancora qualcosa poi era tornata a ballare, ma si era stancata a un certo punto e aveva cercato l’amica e il ragazzo con cui era appartata, ma non era riuscita a trovarli.

Era tornata a bere e al banco era stata presa dentro con il gomito da un tipo alto di bell’aspetto che si era scusato per la gomitata involontaria e aveva attaccato bottone.

Si sentiva brilla.

Si era appoggiata al banco di legno e aveva ascoltato le parole del ragazzo come se le sentisse arrivare da lontano e ogni tanto annuiva, poi prendeva il bicchiere e lo portava alla bocca.

Il ragazzo indossava una maglietta bianca con una scritta che l’aveva incuriosita.

Una scritta che diceva: NON TUTTO QUELLO CHE VACILLA CADE.

A un certo punto le aveva chiesto se le andava di fumare e lei aveva fatto di sì con la testa e l’aveva seguito.

Il ragazzo era di Roma e studiava economia e lei l’aveva seguito pensando che non gli erano mai piaciuti quelli che studiavano economia o ingegneria ma si era anche detta che non doveva sempre farsi condizionare dai suoi pregiudizi.

E poi in passato aveva conosciuto anche studenti di ingegneria con i quali aveva parlato di Schopenhauer e studenti di economia con i quali aveva visto spettacoli sperimentali al CRT.

 

Mentre appoggiava la rivista sul tavolino, si era messa a pensare che in fondo prendere decisioni non era mai stato il suo forte.

Si era, per così dire, sempre lasciata persuadere/convincere dagli altri.

Anche per la scelta delle vacanze.

L’amica le aveva chiesto dove preferisse andare.

Se in Salento o in Toscana.

E lei aveva detto, fai tu.

E per una decisione che non aveva preso (una tra le tante) la sua vita era stata sconvolta e adesso doveva affrontare una scelta che poteva definire con le parole estrema o radicale e che in apparenza non aveva vie d’uscita.

O sì.

O no.

Allora andiamo in Salento, va bene?

La sua amica era quella che la trascinava ovunque decidendo sempre al posto suo.

Anche sui ragazzi che aveva frequentato negli ultimi tempi l’amica era intervenuta nella scelta consigliando quel tizio seminascosto nell’angolo del locale che le sembrava interessante, o quello che aveva conosciuto in chat che aveva mille interessi e anche se era un po’ basso non era male e aveva sempre cose intelligenti da dire.

Erano in vacanza da una settimana ed era la seconda sera che la lasciava da sola.

Un paio di sere prima era sparita con un ragazzo di Lecce con le braccia completamente tatuate ed era tornata il pomeriggio successivo.

Mentre lei (quella prima sera da sola) era rimasta a parlare con dei ragazzi di Milano che frequentavano la sua stessa facoltà e che sarebbero partiti il giorno dopo.

E insieme a loro aveva bevuto e fumato e nessuno ci aveva provato perché, anche se era carina, si capiva che era una che amava starsene per i fatti suoi.

E adesso si trovava a seguire un tizio alto di Roma che studiava economia e si sentiva ubriaca, ma andava bene così.

Il ragazzo le aveva detto che dovevano andare al parcheggio dove aveva la macchina e dove lo aspettavano due suoi amici con l’erba.

Lei non aveva detto niente, aveva solo annuito.

L’aveva seguito.

L’aveva fatto tante altre volte.

Aveva seguito persone.

Aveva bevuto, parlato e a volte lo aveva anche fatto, ma solo quando pensava che fosse il tipo giusto capitato nel posto e nel momento giusto.

Il parcheggio era appena fuori dal paese e gli amici del ragazzo erano appoggiati al cofano di una Punto e ridevano agitando le braccia.

Si stavano raccontando storie divertenti, sembrava.

Avevano fatto le presentazioni poi uno dei due aveva detto che era meglio se si allontanavano per fumare perché due sere prima c’era stata una retata da quelle parti e bisognava stare all’occhio.

Lei era salita sulla Punto senza fare storie.

Gli altri due erano studenti di scienze politiche ma sostanzialmente nella vita non facevano nulla se non spacciare di tanto in tanto o lavorare come camerieri occasionali.

Lei era salita dietro con il ragazzo alto che a un certo punto le aveva messo una mano sulla gamba.

Indossava una gonna corta e la mano del ragazzo era salita fin quasi all’inguine e lei aveva detto, che cazzo fai.

Lui aveva tirato indietro la mano e aveva detto, niente.

Quello che guidava dopo qualche minuto si era fermato sul limitare di una strada sterrata e aveva detto, scendiamo che fa brutto fumare in macchina.

Erano scesi e si erano incamminati per una stradina brulla che portava in un campo circondato da alberi.

In mezzo c’era una casupola diroccata e i quattro avevano camminato in quella direzione.

Avevano fumato la prima canna.

Poi ne erano girate un altro paio.

L’erba era forte.

Quello che aveva guidato la Punto fino a lì, con un accento del sud al quale la ragazza non riusciva a dare l’esatta collocazione regionale, aveva detto, coltivazione indoor, aumenta il thc.

Il ragazzo alto le era stato per tutto il tempo di fianco e dopo la terza canna le aveva cinto la vita mentre ridevano e questa volta lei non aveva protestato.

Poi lui – dopo che i discorsi si erano fatti sconclusionati – si era abbassato verso di lei e l’aveva baciata e le aveva infilato una mano sotto la maglietta e toccato un seno.

Lei non sapeva bene se lasciarlo fare o meno.

Poi, quando aveva sentito dire da uno dei due amici che anche loro volevano la loro parte, si era tirata indietro.

Lui, come a volerla trattenere, aveva premuto le dita sul seno.

Aveva stretto.

Facendole male.

E lei gli aveva tirato un calcio sugli stinchi.

Aveva urlato, che cazzo volete, lasciatemi stare.

Si era scostata e aveva guardato verso la strada asfaltata, cento metri oltre.

Aveva calcolato mentalmente il tragitto che avrebbe dovuto percorrere a piedi da lì al campeggio.

Aveva urlato ancora di lasciarla stare e stava per allontanarsi ma il ragazzo alto l’aveva afferrata per un braccio e le aveva detto, perché fai così?, è solo un gioco.

Che cazzo stai dicendo?, mollami.

Eh dai!, quante storie per un bacio.

Ho detto di mollarmi.

Allora?, quando tocca a noi?, aveva detto ridendo uno dei due che studiavano scienze politiche.

Voi siete fuori!, andatevene affanculo!

Aveva accennato una corsa ma i due, che fino a quel momento erano stati discosti, le avevano ostruito il passaggio.

Il campo era buio.

La strada asfaltata era distante un centinaio di metri ma non passava nessuno a quell’ora – l’una, le due di notte.

Mentre ancora cercava una via di fuga si era sentita tirare per i capelli e aveva urlato.

Il ragazzo alto la stava trascinando dietro la casupola, gli amici lo aiutavano tenendola per le braccia e spingendola.

Eh dai, quante cazzo di storie per un bacio.

Lei aveva preso a dimenarsi ma il ragazzo alto era forte.

L’aveva sbattuta per terra e lei aveva urlato ma subito uno dei due studenti di scienze politiche le aveva tappato la bocca con una mano e lei aveva tentato di morderlo – e l’altro, che intanto l’aveva bloccata per le gambe, di rimando le aveva tirato un pugno nello stomaco che l’aveva lasciata senza fiato.

I due l’avevano bloccata e costretta a terra e quello alto si era dato da fare.

E mentre lo faceva diceva che non le volevano fare del male, che era solo un gioco.

Era solo un gioco in una serata tra amici.

Era stato lui.

Perché solo lui l’aveva fatto davanti.

Gli altri due invece l’avevano presa da dietro.

Era stato lui e lei adesso dentro quella sala d’aspetto ricordava il momento esatto.

Ricordava la faccia del ragazzo che grugniva e sbuffava e poi si lasciava andare a peso morto su di lei mentre uno dei suoi amici diceva, adesso tocca a me, però mi diverto a modo mio.

 

Era uscita una donna sui trenta e lei l’aveva seguita con lo sguardo.

La donna doveva essere quasi al limite.

Forse le mancavano un paio di settimane.

Faceva fatica a camminare e si teneva la pancia con entrambe le mani.

Da una sedia di fronte si era alzata una ragazza che poteva avere la sue età.

Aveva appoggiato la rivista sul tavolino e aveva bussato alla porta socchiusa chiedendo, è permesso?

Dopo sarebbe toccato a lei.

Lei che avrebbe dovuto comunicare una decisione che ancora non aveva preso.

O sì.

O no.

 

Aveva un vuoto di memoria.

Non ricordava bene quello che era successo dopo.

Aveva sentito i tre andare via correndo.

La macchina sgommare sullo sterrato un paio di minuti dopo.

Lei era rimasta sdraiata sul terreno brullo.

La borsa a un paio di metri.

Con dentro il telefono e le sue cose.

Forse avrebbe dovuto chiamare qualcuno.

Ma non l’aveva fatto.

E dopo un tempo che non riusciva a quantificare si era alzata.

Aveva male davanti e dietro.

Non ricordava come fosse tornata al campeggio.

Che strada avesse fatto e quanto tempo ci avesse messo.

A un certo punto si era ritrovata sotto la doccia nei bagni comuni e si era lavata.

Il dolore era aumentato sotto quel getto d’acqua.

Non aveva detto niente all’amica quando era tornata indietro dopo la notte trascorsa con il tizio.

Non aveva detto niente a nessuno.

Si era tenuta tutto per sé.

E quando dopo qualche settimana avevano tardato la prima cosa che aveva fatto era stata andare all’Iper e comprare il test.

Adesso, seduta nella sala d’attesa, aveva ben chiaro anche quell’attimo.

L’attimo in cui aveva visto il risultato del test.

Anche se, in fin dei conti (aveva pensato in un primo momento), poteva trattarsi di un errore.

E allora era uscita e aveva comprato un altro test.

Ma il risultato era stato lo stesso.

Quando era andata la prima volta dal ginecologo, nemmeno con lui aveva parlato di quello che era successo.

E il dottore non le aveva chiesto niente di particolare.

Aveva fatto le solite domande di prassi e l’aveva fatta sdraiare sul lettino.

Forse se avesse saputo qualcosa di quello che le era successo le avrebbe detto che sarebbe stato meglio non guardare.

Invece lei aveva seguito con lo sguardo l’indice del dottore sullo schermo mentre diceva, eccolo, lo vede?, vede questa piccola macchia bianca?

 

Non avrebbe dovuto vederlo.

Forse il non vederlo avrebbe facilitato la sua scelta.

Lei non aveva mai avuto idee al riguardo se non il fatto che era favorevole nel caso fosse stato necessario.

Aveva letto qualcosa sulle donne violentate nelle zone di guerra e comprendeva la loro necessità di farlo.

E quando si era immedesimata con quelle donne aveva sempre pensato che avrebbe preso la medesima decisione, senza alcun dubbio.

Ma adesso seduta in quella sala d’aspetto non sapeva cosa fare.

Sapeva solo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe potuto comunicarla.

La sua decisione.

Perché dopo non sarebbe stato più possibile “eliminare il problema”( come si era detta molte volte).

Non avrebbe dovuto vederlo.

Perché il solo averlo visto, anche solo in una forma embrionale, l’aveva fatta sentire in colpa dei suoi stessi pensieri.

Aveva ancora davanti agli occhi la faccia del ragazzo alto che sbuffava sopra di lei.

E l’attimo in cui era successo, che era stato come un lampo.

E non sapeva che importanza dare alla cosa, se non che aveva provato un forte dolore per tutto.

E adesso avrebbe voluto pensare all’esame di storia del teatro e a Beckett, che era il suo autore preferito, e non al fatto che si trovava in una situazione, per così dire, estrema e complicata da gestire.

Avrebbe voluto pensare a quello o alla gonna da indossare alla festa di compleanno della sua amica, sempre che ci fosse andata.

Non aveva ancora deciso.

 

Aveva preso in mano un’altra rivista dal tavolino.

L’aveva sfogliata dalla prima all’ultima pagina senza soffermarsi su niente.

Poi aveva sentito la porta dello studio aprirsi e seguito con lo sguardo la ragazza (quella che l’aveva preceduta) che si avviava verso l’uscita.

Aveva appoggiato la rivista sul tavolino.

Si era alzata.

Era ancora in tempo per decidere se tenerlo o meno.

Aveva stretto la mano sulla maniglia e sussurrato, è permesso?

O sì.

O no.

Era entrata nello studio e, mentre si sedeva davanti alla scrivania del dottore, si era detta che quella sera ci sarebbe andata alla festa di compleanno della sua amica.

Ci sarebbe andata e avrebbe indossato la gonna nera.

Il dottore aveva lo sguardo in fissa sul video del pc e le dita appoggiate sulla tastiera, come se avesse dovuto scrivere qualcosa da un momento all’altro.

Ma non si decideva.

Senza nemmeno guardarla le aveva chiesto, allora?, come va?

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