Roberta Mezzabarba – Racconto Sez. D

La pace dei vinti[1]

Le ossa le dolevano sempre quando rientrava in casa dopo aver accudito le piante del suo piccolo orto.

Teneva con entrambe le mani un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine appena raccolte: le lasciò scivolare sul tavolo della cucina, e si sentì mancare.

Si appoggiò al tavolo, e scostando una sedia, a fatica, si sedette.

Era tempo che i mal di testa, che la perseguitavano nella sua giovinezza, l’avevano abbandonata, e che la sua vita scorreva quieta, ma in quell’istante sembrava che le sfuggisse a gocce dalla punta delle dita.

Alfa chiuse gli occhi e si ritrovò bambina, in quella mattina di luglio del 1944, quando stringendo al petto un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine appena raccolte nell’orto di zia Ines, rientrando a casa, trovò la porta spalancata e la madre con l’abito della festa, quello blu a fiorellini, fra due partigiani armati con una espressione dura e decisa.

 

Quella mattina, Alfa e la madre sarebbero dovute andare a Vercelli a ritirare il sussidio di guerra per i familiari dei combattenti: il padre di Alfa, Pietro Giubelli, era dato per disperso.

“Muoviti Margherita! Palmo non ama aspettare, poche storie, seguici!” Quelle parole, gridate dalla voce stridula di uno degli uomini armati, ruppero il silenzio assordante dove solo il garrito delle rondini rimbombava nel cielo.

Alfa non capiva cosa stesse accadendo e cercava con il suo lo sguardo della madre, che con gli occhi sembrava invece sfuggirla.

“Se mi dovete interrogare, allora porto mia figlia… e poi non so dove lasciarla.”

A quelle parole Alfa si avvinghiò alle gambe della madre.

“Anduma! [2]” gridò uno degli uomini, e la strana compagnia si mise in movimento: due uomini armati ed una donna con una bambina aggrappata alle gonne. Non si diressero, come detto al comando, ma imboccarono la strada che portava al cimitero, evitando di proposito il centro di Crevacuore, e con le case gli occhi indiscreti.

Poco prima del cimitero, si trovava una cascina abbandonata.

La compagnia si fermò di fronte a quel piccolo fabbricato.

Uno dei partigiani strappò Alfa dalla madre, tenendola ferma, poi Margherita venne spinta verso la cascina.

La donna si divincolava dalla stretta delle mani dei due partigiani che le serravano le braccia, gridando:

“Cosa volete da me? Cosa?”

Le lacrime premevano agli occhi di Alfa, ma la bambina non staccava gli occhi dalla madre che, seppure impaurita, manteneva la sua fierezza.

Ad un tratto sulla porta della cascina apparve la figura di Palmo, apparentemente disarmato, con il basco in testa, le labbra sottili strette in una smorfia.

L’uomo si fermò sull’uscio di quella casupola, ed il suo sguardo sembrò perforare quasi fisicamente con una violenza inaudita, Alfa e la madre, che al tocco di quello sguardo aveva smesso di agitarsi.

Capo indiscusso dei partigiani, Aurelio Bussi, detto Palmo, incuteva terrore con la sua sola presenza: ad un suo gesto tutti i partigiani che erano dentro la cascina uscirono, lasciandolo solo con Margherita.

Lunghi i minuti di attesa silenziosa, in cui anche i respiri sembravano aver parole: Alfa non lasciava con lo sguardo la porta di quella cascina davanti a cui era passata mille volte, ma a cui non aveva mai dato nessuna importanza.

A tratti si udiva la voce della donna, gridare parole che non si distinguevano, ma il cui suono indistinto sembrava riuscire a raccontare, da solo, tutta la drammaticità del momento, la paura, la rabbia, l’impotenza della donna di fronte ad una decisione apparentemente già presa ancora prima di ascoltarla.

Poi tutto si chetò e si avvertì un rumore di passi.

Margherita uscì esitante, per prima, seguita a pochi passi da Palmo: la donna aveva il viso stravolto, ma Alfa le si precipitò comunque addosso, stringendola e cercando conforto nelle mani della madre, che salirono immediatamente ad accarezzarle il capo.

Alfa alzò lo sguardo sull’uomo che stava appresso a loro: gli occhi di Palmo erano una fessura nella forte luce estiva, e la sua espressione non lasciava trasparire alcun sentimento.

“È arrivata la tua ora, cara Margherita. Voi altri Ricciotti e Giubelli[3] siete sempre stati la mia rovina, mi avete sempre fatto correre, siete una manica di fascisti e di delinquenti.” Il sussurro della voce del capo partigiano risuonò spietato, come una folata di vento freddo nello spiazzo davanti alla cascina.

Palmo abbozzò un cenno con la testa, in direzione dei suoi uomini, ed i due partigiani che erano più vicino a Margherita iniziarono a spingerla sul sentiero che sale verso il cimitero, e dopo pochi passi agli occhi della donna e di Alfa apparve un lungo muro grigio.

Quello che stava per accadere d’improvviso fu chiaro ad entrambe.

Non c’era più spazio per le illusioni.

Gli uomini che l’avevano condotta a strattoni fin lì avevano allentato la presa alle braccia della donna, che ora poteva abbracciare stretta a sé la figlia, tenendole la testa schiacciata contro lo stomaco.

La bambina, nei suoi miseri dieci anni, sentì i battiti impazziti del cuore materno, tum tum tum, e stringendola forte ebbe nel suo giovane cuore la consapevolezza di quello che stava per accadere.

Un partigiano, che gli altri chiamavano Orlando, si avvicinò alle due donne cercando di staccare Alfa dalle braccia di Margherita.

“Pietà l’è morta![4]” gridavano gli altri incitando il ragazzo ad usare le maniere forti e non farsi impietosire.

Alfa urlava, non mollava la presa e si divincolava tirando calci, a testa bassa.

L’uomo la strappò dal corpo della madre con un gesto deciso e la trascinò via come un fagotto: le ginocchia della bimba si sbucciarono impietosamente sui sassi dello sterrato, ma la piccola non provò dolore, aveva orecchie solo per le urla della madre:

“No, no, aiuto, no! Alfa, Alfa!!”

La ragazzina fu trascinata lontano, e vide la madre tenuta ferma da uno di quegli uomini armati, poi vide Palmo parlare agli altri, ma non distinse le parole.

A quel punto il partigiano Orlando, che ancora aveva ferma la presa sulle braccia di Alfa, le schiacciò la faccia sul suo torace, coprendole gli occhi, forse in un gesto di estrema pietà.

La bambina con il viso addosso al partigiano, sentì la prima esplosione, poi una sventagliata di mitra.

Margherita cadde senza emettere un gemito: al rumore degli spari scapparono gli uccelli dagli alberi a far ombra al piazzale dell’eccidio, unici testimoni di quello scempio oltre i morti del cimitero.

La stretta di Orlando si allentò pian piano, adesso che Alfa non gridava più: la bambina, libera da quella morsa, per un attimo, con le braccia inermi lungo il corpo, rimase a fissare quegli uomini forti delle loro armi, ed il corpo della madre riverso a terra, in una posizione scomposta, poi scappò terrorizzata nei campi.

Senti delle voci dietro di lei.

“E adesso che ne facciamo di questa?” a quelle parole Alfa si voltò e vide che due dei partigiani, alle sue spalle, avevano già le armi puntate contro di lei, ed il dito sul grilletto, pronto.

“E’ una testimone!” gridò uno degli uomini.

Alfa inciampò, cade, si rialzò e continuò a correre.

“T’ses fol![5]

La ragazzina correva, e non sentiva più le loro voci, e nemmeno il rombo acuto del un colpo di fucile.

Era salva.

Dopo quel giorno aveva desiderato ardentemente, e più di una volta, che quelle pallottole l’avessero consegnata alla sorte di quel doloroso ricordo, facendola morire assieme alla madre, invece di lasciarla come unica depositaria di quell’incommensurabile angoscia.

Aveva atteso con speranza che si tenesse il processo al Bussi.

Dopo le indagini a cui era stato sottoposto, nel 1953, per l’uccisione della madre, dello zio materno e della sua compagna, il processo non fu nemmeno celebrato: il giudice assolse Palmo ed i suoi uomini durante l’istruttoria del processo, dichiarando che l’omicidio di Margherita, Carmelo e la sua compagna, inermi cittadini come altri prima e dopo di loro, era da ritenersi un semplice atto di guerra, e quindi non perseguibile.

Grazie a quel processo mai avvenuto non si poté mai conoscere il perché di quel gesto.

Forse Palmo era innamorato e respinto da Margherita, forse era invidioso di una famiglia “normale”, anche se temprata dalla guerra, o di quel sussidio che la povera Margherita doveva ritirare a Vercelli.

Forse il tutto fu causato da uno schiaffo, allentato dallo zio Carmelo Ricciotti a Palmo, durante una sfilata per l’anniversario della Marcia su Roma: uno schiaffo che forse fu vendicato con molte morti, come quella di Margherita.

Forse Palmo voleva solo terrorizzare il paese, come altri partigiani fecero a Collegno, dove furono ammazzate sartine colpevoli solo di ricucire qualche divisa ai combattenti Repubblicani.

Di certo, restava solo il fatto che Palmo aveva deciso e decretato con freddezza la morte di una donna incolpevole, madre di due figli, e per quello nessuna giustizia terrena lo avrebbe mai punito.

Ad Alfa sembrò che con quella sentenza la madre fosse stata uccisa un’altra volta: un furore cieco la pervase dal più profondo, riportando a galla tutto il buio che aveva celato dentro sé per tutti quegli anni, fiduciosa che la giustizia punisse Palmo ed i suoi uomini per le barbarie che avevano commesso, anche dopo la fine della guerra.

Aveva sposato da giovanissima un brav’uomo, Rino, un ex marò della Decima Mas, che le stava vicino come poteva, cercando di curare la sua malinconia per una ferita mai sanata, e consolandola, con parole rassicuranti, anche per il fatto che non riuscivano ad avere figli:

sembrava che la vita di Alfa fosse rimasta impigliata a quel giorno di luglio di tanti anni prima.

Per cercare di dimenticare si trasferirono a Milano, ma poi sfortuna volle che Rino perse il lavoro, e furono costretti a spostarsi ad Alzo, sul Lago d’Orta, non lontano da Crevacuore.

Forse fu la vicinanza al paese delle sue origini che scatenò la lucida follia che pervase Alfa dal più profondo: quello che la infuocava, era il fatto che Bussi, oltre a non essere stato punito, era stato eletto anche sindaco di Crevacuore, più volte, ed era stato insignito della medaglia d’oro della Resistenza.

Così, una mattina di marzo del 1956, prese dal cassetto la pistola del marito, nascondendola nella borsa, ed uscì da casa, a cercare Palmo.

L’aria era fresca sul viso deciso di Alfa: aveva ventidue anni, di cui quasi la metà passati a tormentarsi per quell’atto barbaro ed insensato compiuto davanti ai suoi occhi.

Una calma glaciale scese su di lei mentre aspettava la corriera, con il peso della giustizia dentro alla borsa a ricordarle il senso del gesto che si accingeva a compiere: scese dalla corriera e salì su un’altra che la portò a Borgosesia. Con determinazione percorse a piedi gli ultimi chilometri che la dividevano da Crevacuore.

I ricordi andavano e venivano, ed accompagnavano i suoi passi: ricordava la madre trucidata brutalmente, il padre Pietro ritrovato da qualche tempo all’Ospedale militare di Baggio, il fratello Italo che si trovava in Germania a lavorare già da prima della guerra.

Un solo pensiero la aveva sostenuta in tutti quegli anni: non tutti i vinti tacciono e ricordano silenziosamente i loro morti, e lei non avrebbe taciuto.

La voglia di trovare Palmo e chiudere una volta per tutte quella storia l’aveva tenuta in vita, anche quando l’unico desiderio che aveva era di ritrovarsi fra le braccia della madre.

Arrivata in paese, si recò alla sede del Comune: il palazzo squadrato era come lo ricordava; sul terrazzo che sovrastava il portone d’ingresso, stava la bandiera italiana, immobile, nell’aria immota di quella mattina.

Alfa chiese del Sindaco, ed una donna seduta alla scrivania che si trovava nel piccolo atrio della casa comunale, le disse che quella mattina ancora non si era visto.

Allora si diresse verso la casa del Bussi, a passi decisi: Bussò alla porta, ma nessuno rispose.

Allora, stringendo la borsa nella mano destra, si avviò nella piazza del piccolo paese.

Fuori dall’unico bar che si affacciava sulla piazza, sedeva un uomo, da solo: portava un berretto scuro, calato sul viso, che gli celava gli occhi.

La osservava da un po’.

Si rivolse a lei con fare brusco, come se Alfa gli avesse domandato qualcosa.

“A còsa ch’al giba tota? Date n’ande! [6]

Alfa si voltò a guardarlo, e gli rivolse un pallido sorriso.

“Chiel a l’é lontan da cà, adess.[7]

“State parlando del Bussi?” chiese Alfa.

“Sicur![8]

L’uomo aveva tolto il berretto che gli copriva il capo, mostrando alla giovane il suo volto.

“Cuand ca la merda la munta la scagn o ca la spusa o ca la fa dagn.[9]

Alfa, in quell’attimo, ascoltando quelle parole ebbe l’impressione di aver già visto il volto di quell’uomo.

“Chiel l’ha massà toa mare. Chila j’era giovo e dovrìa vive![10]

Gli occhi di quell’uomo si velarono di lacrime, e d’un tratto Alfa riconobbe nel viso di quell’uomo il partigiano Orlando, l’uomo che l’aveva strappata dalle braccia della madre e che le aveva voltato il viso quando Palmo l’aveva fatta giustiziare.

Sembrava che la stesse aspettando: Alfa rimase, con la bocca asciutta di parole di fronte a quell’uomo.

Orlando si calzò di nuovo il berretto sulla testa e la indirizzò a casa di una certa Rina Perolini, che a dir suo era l’amante del Bussi da più di dieci anni.

Alfa, scossa, ma decisa volò sulle scarpe della festa che aveva indossato per l’occasione, come sua madre aveva indossato il vestito blu a fiorellini nel suo ultimo giorno.

Arrivò sul luogo indicato da Orlando, e vide il Bussi attraverso le tende fine che stavano alle finestre: non aveva più indosso la divisa dei partigiani ma una camicia grossi quadri.

Un brivido percorse la schiena della giovane donna, mentre prepotente tutto il dolore e l’orrore vissuto dalla bambina Alfa risalirono a galla in un attimo, impietosi.

Si avvicinò alla porta e bussò, con le nocche del pugno chiuso: la porta si aprì ed Alfa si trovò di fronte una donna minuta, con i capelli biondi che le sfioravano le spalle e le labbra scarlatte di rossetto.

La donna, sorpresa, fissava la giovane che aveva bussato alla sua porta, chiedendosi chi fosse, scambiandola forse per la nuova ostetrica che stavano aspettando in paese.

Per un attimo le due donne si fissano in silenzio, poi Alfa lo chiamò a voce alta, gridando.

“Bussi!”

Dalla porta di ingresso si vedeva la cucina: lui visibilmente infastidito, scostando rumorosamente la sedia, si alzò dalla tavola dove si accingeva a pranzare, e si avvicinò alla porta di casa, senza riconoscerla: come avrebbe potuto?

Alfa lo guardò per un attimo, cercando negli occhi di quell’uomo la gelida spietatezza che le aveva strappato l’affetto di sua madre e la sua fanciullezza tutta.

Si era ingrassato, ma il suo viso manteneva inalterata l’espressione strafottente di dodici anni prima: di fronte a quell’interruzione inattesa e sgradita, il volto ben rasato di Bussi assunse una smorfia di fastidio, tanto che le labbra sottili sembrarono quasi sparire.

Quando le arrivò di fronte, Alfa estrasse fulminea la pistola dalla borsa, e puntandogliela contro, con voce ferma e chiara gli disse:

“Sono Alfa Giubelli, la figlia di Margherita Ricciotti.”

Poi sparò un colpo, ma quel diavolo era un uomo forte e robusto e non cadde, anzi le si fece più vicino, colpendola al volto con un pugno.

Alfa fu colta di sorpresa dal cazzotto che il Bussi le aveva sferrato: l’uomo si gettò su di lei per strapparle l’arma, e nel corpo a corpo sembrò che lui avesse la meglio sulla giovane donna, ma poi si sentì lo schiocco secco di tre colpi di pistola, esplosi in rapida successione, e Bussi, ormai cadavere, le cadde addosso.

Finalmente era finita.

L’amante del partigiano, stava a pochi passi da Alfa, e con le mani a coprire la bocca soffocava un urlo acuto.

Alfa si rialzò, e ripose la pistola dentro la borsetta.

Le tremavano appena le mani, come quando da ragazzina aspettava che il padre decidesse se punirla o no per la marachella che aveva combinato.

Non provava né odio, né paura, non si sentiva soddisfatta, solo una grande pace ristoratrice sembrò riempirla tutta.

Lasciò il Bussi riverso a terra nel corridoio di quella casa, cadavere, e si recò, a passo deciso, alla stazione dei Carabinieri per costituirsi: un rivolo di sangue le usciva dal naso per il pugno, l’ultimo, subìto da Palmo.

Raccontò candidamente ai gendarmi chi fosse, e descrisse il gesto che aveva compiuto, adducendo le sue ragioni.

Non si pentì mai di aver ucciso Palmo: i cinque anni di carcere a cui fu condannata, le dettero il tempo di riflettere, di fare i conti con gli orchi che avevano popolato i suoi sogni di bambina.

 

Alfa riaprì gli occhi e scuotendo la testa ritornò alla realtà, uscendo da quella bolla di passato che non le faceva visita da tanto e tanto tempo.

Era tutto così lontano, ma se chiudeva gli occhi sentiva ancora le mani dell’amata madre che le carezzavano il viso ed i capelli: per questo alle sue due figlie, nate dopo la detenzione, non aveva mai fatto mancare carezze.

 

 

 

[1] Racconto liberamente ispirato alla storia vera di Alfa Giubelli

[2] Andiamo!

[3] Ricciotti era il cognome di Margherita, madre di Alfa, e Giubelli quello del padre, Pietro.

[4] La pietà è finita!

[5] Sei matto?

[6] A cosa stai giocando signorina? Datti una mossa!

[7] Lui è lontano da casa, adesso.

[8] Sicuro!

[9] Quando uno acquista potere si monta la testa e fa danni.

[10] Lui ha ucciso tua madre, lei era giovane, doveva vivere!

327 commenti Aggiungi il tuo

  1. Walter ha detto:

    Veramente coinvolgente, bravissima

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  2. Simona Sebastiani ha detto:

    Brava brava

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  3. Simona Sebastiani ha detto:

    Storia appassionante

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  4. Simona Sebastiani ha detto:

    Sembra di sentire le carezze della mamma, decrizioni vere ed emotivamente forti !!

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  5. Gaspare ha detto:

    “Coinvolgente ed emozionante.
    Bello! Complimenti Roberta.”

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  6. Simona Sebastiani ha detto:

    Una storia bellissima, drammatica, struggente, che descrive momenti tragici della nostra storia e l’affetto vero che unisce una figlia a sua madre. Complimenti davvero !!

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  7. Simona Sebastiani ha detto:

    Leggendo ho sentito un nodo alla gola , ho trattenuto la mia forte commozione a fatica, storia dolorosa, che lacera il cuore! Complimenti all’autrice, capace di arrivare a toccare l’anima del lettore !!

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    1. Volpe Vito ha detto:

      Cara Roberta il tuo scritto è molto riflessivo e può dare fastidio a tanti. Per me i partigiani non sono gli eroi che tanti esaltano.
      Un abbraccio. Vito.

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    2. Patrizia ha detto:

      Nel racconto , la parte che ho trovato forte è il momento del distacco madre figlia , entrambe malgrado l’adulta e la bambina, hanno la consapevolezza del momento , si avverte nella pelle, come se si stesse li in quel momento, complimenti per la forza con cui la scrittrice riesce a raccontare un fatto su carta e qualche goccia d’inchiostro.

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  8. Stefania Capati ha detto:

    Avvincente e scritto benissimo come tutti i racconti di Roberta Mezzabarba

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  9. a.didonato ha detto:

    Non tanto per l’argomento (un pesante macigno) ma quanto per come è stato esposto e narrato, la scrittrice meriterebbe di assurgere all’Olimpo dei Narratori Italiani

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  10. a.ndreas ha detto:

    Una freccia diritta al cuore. Meraviglioso

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  11. acolanera ha detto:

    Cattivo e commovente al tempo stesso. Parole lievi e pesanti. Un capolavoro

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  12. adelina84 ha detto:

    Ho pianto, e ho l’impressione che il mio cuore, dopo sia più pulito. Grazie alla scrittrice e agli amici che hanno condiviso questo link. A volte FB serve a qualcosa!

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  13. a.c. ha detto:

    Bello

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  14. adrianonello ha detto:

    Indimenticabile, veramente

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  15. domizia ha detto:

    Estasiata dalla capacità di narrare, e coinvolgere il lettore. Un applauso alla scrittrice!

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  16. alario ha detto:

    Argomento scottante in questi giorni che seguono il 25 Aprile, ma pur sempre vero, e vergognosamente occultato. Dopo la lettura di questo racconto sono andato a cercare notizie in rete… Grazie alla scrittrice di aver alzato il velo si questa storia, sarebbe bello che continuasse su questa linea…

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  17. tancredi ha detto:

    Sono un antifascista convinto, ma leggere questo racconto mi ha acceso una rabbia in corpo, che stento a mitigare.
    Questo racconto mi è stato inviato a mò di provocazione da un amico di fede politica opposta.
    Lui deve aver pensato di farmi un dispetto, ed invece (con difficoltà non lo nego) lo ho fatto mio ed ho capito che spesso la vanagloria ci cela dietro a verità nascoste.
    Il rispetto delle persone dovrebbe venire prima di qualsiasi altra cosa, ed usare violenza si delle donne inermi e disarmate, fa scendere dal piedistallo qualsiasi eroe.

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  18. al.migliore ha detto:

    Sorprendentemente vivido

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  19. asq ha detto:

    Malinconia, a leggere queste cose, ma anche consapevolezza che forse ci vorrebbe qualcuno con il coraggio di raccontarle, come l’autrice

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  20. atir ha detto:

    Mi è molto piaciuto

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  21. autmn ha detto:

    Sarei curiosa di leggere altre cosa di questa autrice che mi ha incantato con questo racconto

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  22. baleri ha detto:

    +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++ e ancora + BRAVA

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  23. blu_blue ha detto:

    La pelle di Alfa non dimenticherà, e noi ssicuramente non dimenticheremo. Grazie alla penna che ha scritto questo racconto

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  24. merlin ha detto:

    Mi è piaciuto a dismisura

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  25. samuel.c ha detto:

    Voto perchè questo racconti vinca

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  26. samuel.c ha detto:

    Voto per questo racconto

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  27. samuel.c ha detto:

    Vorrei che questo racconto vincesse

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  28. samuel.c ha detto:

    Dò il mio voto

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  29. Volpe Vito ha detto:

    Cara Roberta il tuo scritto è molto riflessivo e può dare fastidio a tanti. Per me i partigiani non sono gli eroi che tanti esaltano. Un abbraccio. Vito.

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  30. Pazzaglia Francesca ha detto:

    Sarà di nuovo un successo !! Complimenti Roberta e continua a regalarci i tuoi capolavori!!!

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    1. Giampiero ha detto:

      Ottimo mi piace molto

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  31. Giuliano Brentegani ha detto:

    Letto, tutto d’un fiato, e votato: intenso e commovente, preciso e affilato come una lama di poesia.
    La storia di Alfa ti entra nel cuore, e nella testa ti rimangono impresse a ferro e fuoco immagini di parole come “i respiri sembravano aver parole” o “il peso della giustizia dentro alla borsa”…
    Bravissima Roberta!!!

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  32. Marilena d avino ha detto:

    Sbalorditivo

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  33. Marilena d avino ha detto:

    Stupendo come tutti i tuoi romanzi

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  34. Marilena D'Avino ha detto:

    Veramente bello

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  35. Marilena d avino ha detto:

    Stupendo

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  36. Marilena D'Avino ha detto:

    Come fai ad avere ettari ed ettari di immaginazione

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  37. Marilena D'Avino ha detto:

    Evviva ancora
    È bellissimo

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  38. Augusto V ha detto:

    Storia dolorosa e coinvolgente

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  39. M.Gabriella Di Maggio ha detto:

    Cara Roberta, l’ho letto tutto d’un fiato e come sempre il tuo linguaggio fa giungere al cuore le storie che racconti.

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  40. Monica ha detto:

    Bellissima storia! Complimenti🌹

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  41. Sara ha detto:

    Chi ha scritto questo racconto…sa leggere l’anima umana. Grazie per averlo condiviso con i lettori ❤️

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  42. Patrizia ha detto:

    Debbo dire che questa scrittrice mi ha veramente stupita , dopo i racconti sono andata a vedere chi era, ed ho scoperto che ha scritto anche dei libri , come la lunga ombra di un sogno . Lo ho letto e stranamente non mi ha delusa , anzi lo ho trovato molto attuale , tanto da immaginarlo riprodotto in un film un via col vento moderno. Comprerò anche il secondo libro, legami. E credo propio che come scrittrice la seguirò.

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  43. Patrizia ha detto:

    Il modo come la scrittrice ti fa entrare nel racconto è singolare, perché in poche righe diventi la bambina col fagottino bianco e rosso è così descrittiva che ti fa vivere un momento come quello dei partigiani , con rabbia e impotenza come se fossi tu a subire . Brava

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  44. Marco ha detto:

    Il giusto riconoscimento alle vittime innocenti di una resistenza che si comportò come coloro che odiava e combatteva. Troppe vittime innocenti delle quali bisogna continuare a raccontare. Brava l’autrice.

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