Roberta Mezzabarba – Racconto Sez. D

La pace dei vinti[1]

Le ossa le dolevano sempre quando rientrava in casa dopo aver accudito le piante del suo piccolo orto.

Teneva con entrambe le mani un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine appena raccolte: le lasciò scivolare sul tavolo della cucina, e si sentì mancare.

Si appoggiò al tavolo, e scostando una sedia, a fatica, si sedette.

Era tempo che i mal di testa, che la perseguitavano nella sua giovinezza, l’avevano abbandonata, e che la sua vita scorreva quieta, ma in quell’istante sembrava che le sfuggisse a gocce dalla punta delle dita.

Alfa chiuse gli occhi e si ritrovò bambina, in quella mattina di luglio del 1944, quando stringendo al petto un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine appena raccolte nell’orto di zia Ines, rientrando a casa, trovò la porta spalancata e la madre con l’abito della festa, quello blu a fiorellini, fra due partigiani armati con una espressione dura e decisa.

 

Quella mattina, Alfa e la madre sarebbero dovute andare a Vercelli a ritirare il sussidio di guerra per i familiari dei combattenti: il padre di Alfa, Pietro Giubelli, era dato per disperso.

“Muoviti Margherita! Palmo non ama aspettare, poche storie, seguici!” Quelle parole, gridate dalla voce stridula di uno degli uomini armati, ruppero il silenzio assordante dove solo il garrito delle rondini rimbombava nel cielo.

Alfa non capiva cosa stesse accadendo e cercava con il suo lo sguardo della madre, che con gli occhi sembrava invece sfuggirla.

“Se mi dovete interrogare, allora porto mia figlia… e poi non so dove lasciarla.”

A quelle parole Alfa si avvinghiò alle gambe della madre.

“Anduma! [2]” gridò uno degli uomini, e la strana compagnia si mise in movimento: due uomini armati ed una donna con una bambina aggrappata alle gonne. Non si diressero, come detto al comando, ma imboccarono la strada che portava al cimitero, evitando di proposito il centro di Crevacuore, e con le case gli occhi indiscreti.

Poco prima del cimitero, si trovava una cascina abbandonata.

La compagnia si fermò di fronte a quel piccolo fabbricato.

Uno dei partigiani strappò Alfa dalla madre, tenendola ferma, poi Margherita venne spinta verso la cascina.

La donna si divincolava dalla stretta delle mani dei due partigiani che le serravano le braccia, gridando:

“Cosa volete da me? Cosa?”

Le lacrime premevano agli occhi di Alfa, ma la bambina non staccava gli occhi dalla madre che, seppure impaurita, manteneva la sua fierezza.

Ad un tratto sulla porta della cascina apparve la figura di Palmo, apparentemente disarmato, con il basco in testa, le labbra sottili strette in una smorfia.

L’uomo si fermò sull’uscio di quella casupola, ed il suo sguardo sembrò perforare quasi fisicamente con una violenza inaudita, Alfa e la madre, che al tocco di quello sguardo aveva smesso di agitarsi.

Capo indiscusso dei partigiani, Aurelio Bussi, detto Palmo, incuteva terrore con la sua sola presenza: ad un suo gesto tutti i partigiani che erano dentro la cascina uscirono, lasciandolo solo con Margherita.

Lunghi i minuti di attesa silenziosa, in cui anche i respiri sembravano aver parole: Alfa non lasciava con lo sguardo la porta di quella cascina davanti a cui era passata mille volte, ma a cui non aveva mai dato nessuna importanza.

A tratti si udiva la voce della donna, gridare parole che non si distinguevano, ma il cui suono indistinto sembrava riuscire a raccontare, da solo, tutta la drammaticità del momento, la paura, la rabbia, l’impotenza della donna di fronte ad una decisione apparentemente già presa ancora prima di ascoltarla.

Poi tutto si chetò e si avvertì un rumore di passi.

Margherita uscì esitante, per prima, seguita a pochi passi da Palmo: la donna aveva il viso stravolto, ma Alfa le si precipitò comunque addosso, stringendola e cercando conforto nelle mani della madre, che salirono immediatamente ad accarezzarle il capo.

Alfa alzò lo sguardo sull’uomo che stava appresso a loro: gli occhi di Palmo erano una fessura nella forte luce estiva, e la sua espressione non lasciava trasparire alcun sentimento.

“È arrivata la tua ora, cara Margherita. Voi altri Ricciotti e Giubelli[3] siete sempre stati la mia rovina, mi avete sempre fatto correre, siete una manica di fascisti e di delinquenti.” Il sussurro della voce del capo partigiano risuonò spietato, come una folata di vento freddo nello spiazzo davanti alla cascina.

Palmo abbozzò un cenno con la testa, in direzione dei suoi uomini, ed i due partigiani che erano più vicino a Margherita iniziarono a spingerla sul sentiero che sale verso il cimitero, e dopo pochi passi agli occhi della donna e di Alfa apparve un lungo muro grigio.

Quello che stava per accadere d’improvviso fu chiaro ad entrambe.

Non c’era più spazio per le illusioni.

Gli uomini che l’avevano condotta a strattoni fin lì avevano allentato la presa alle braccia della donna, che ora poteva abbracciare stretta a sé la figlia, tenendole la testa schiacciata contro lo stomaco.

La bambina, nei suoi miseri dieci anni, sentì i battiti impazziti del cuore materno, tum tum tum, e stringendola forte ebbe nel suo giovane cuore la consapevolezza di quello che stava per accadere.

Un partigiano, che gli altri chiamavano Orlando, si avvicinò alle due donne cercando di staccare Alfa dalle braccia di Margherita.

“Pietà l’è morta![4]” gridavano gli altri incitando il ragazzo ad usare le maniere forti e non farsi impietosire.

Alfa urlava, non mollava la presa e si divincolava tirando calci, a testa bassa.

L’uomo la strappò dal corpo della madre con un gesto deciso e la trascinò via come un fagotto: le ginocchia della bimba si sbucciarono impietosamente sui sassi dello sterrato, ma la piccola non provò dolore, aveva orecchie solo per le urla della madre:

“No, no, aiuto, no! Alfa, Alfa!!”

La ragazzina fu trascinata lontano, e vide la madre tenuta ferma da uno di quegli uomini armati, poi vide Palmo parlare agli altri, ma non distinse le parole.

A quel punto il partigiano Orlando, che ancora aveva ferma la presa sulle braccia di Alfa, le schiacciò la faccia sul suo torace, coprendole gli occhi, forse in un gesto di estrema pietà.

La bambina con il viso addosso al partigiano, sentì la prima esplosione, poi una sventagliata di mitra.

Margherita cadde senza emettere un gemito: al rumore degli spari scapparono gli uccelli dagli alberi a far ombra al piazzale dell’eccidio, unici testimoni di quello scempio oltre i morti del cimitero.

La stretta di Orlando si allentò pian piano, adesso che Alfa non gridava più: la bambina, libera da quella morsa, per un attimo, con le braccia inermi lungo il corpo, rimase a fissare quegli uomini forti delle loro armi, ed il corpo della madre riverso a terra, in una posizione scomposta, poi scappò terrorizzata nei campi.

Senti delle voci dietro di lei.

“E adesso che ne facciamo di questa?” a quelle parole Alfa si voltò e vide che due dei partigiani, alle sue spalle, avevano già le armi puntate contro di lei, ed il dito sul grilletto, pronto.

“E’ una testimone!” gridò uno degli uomini.

Alfa inciampò, cade, si rialzò e continuò a correre.

“T’ses fol![5]

La ragazzina correva, e non sentiva più le loro voci, e nemmeno il rombo acuto del un colpo di fucile.

Era salva.

Dopo quel giorno aveva desiderato ardentemente, e più di una volta, che quelle pallottole l’avessero consegnata alla sorte di quel doloroso ricordo, facendola morire assieme alla madre, invece di lasciarla come unica depositaria di quell’incommensurabile angoscia.

Aveva atteso con speranza che si tenesse il processo al Bussi.

Dopo le indagini a cui era stato sottoposto, nel 1953, per l’uccisione della madre, dello zio materno e della sua compagna, il processo non fu nemmeno celebrato: il giudice assolse Palmo ed i suoi uomini durante l’istruttoria del processo, dichiarando che l’omicidio di Margherita, Carmelo e la sua compagna, inermi cittadini come altri prima e dopo di loro, era da ritenersi un semplice atto di guerra, e quindi non perseguibile.

Grazie a quel processo mai avvenuto non si poté mai conoscere il perché di quel gesto.

Forse Palmo era innamorato e respinto da Margherita, forse era invidioso di una famiglia “normale”, anche se temprata dalla guerra, o di quel sussidio che la povera Margherita doveva ritirare a Vercelli.

Forse il tutto fu causato da uno schiaffo, allentato dallo zio Carmelo Ricciotti a Palmo, durante una sfilata per l’anniversario della Marcia su Roma: uno schiaffo che forse fu vendicato con molte morti, come quella di Margherita.

Forse Palmo voleva solo terrorizzare il paese, come altri partigiani fecero a Collegno, dove furono ammazzate sartine colpevoli solo di ricucire qualche divisa ai combattenti Repubblicani.

Di certo, restava solo il fatto che Palmo aveva deciso e decretato con freddezza la morte di una donna incolpevole, madre di due figli, e per quello nessuna giustizia terrena lo avrebbe mai punito.

Ad Alfa sembrò che con quella sentenza la madre fosse stata uccisa un’altra volta: un furore cieco la pervase dal più profondo, riportando a galla tutto il buio che aveva celato dentro sé per tutti quegli anni, fiduciosa che la giustizia punisse Palmo ed i suoi uomini per le barbarie che avevano commesso, anche dopo la fine della guerra.

Aveva sposato da giovanissima un brav’uomo, Rino, un ex marò della Decima Mas, che le stava vicino come poteva, cercando di curare la sua malinconia per una ferita mai sanata, e consolandola, con parole rassicuranti, anche per il fatto che non riuscivano ad avere figli:

sembrava che la vita di Alfa fosse rimasta impigliata a quel giorno di luglio di tanti anni prima.

Per cercare di dimenticare si trasferirono a Milano, ma poi sfortuna volle che Rino perse il lavoro, e furono costretti a spostarsi ad Alzo, sul Lago d’Orta, non lontano da Crevacuore.

Forse fu la vicinanza al paese delle sue origini che scatenò la lucida follia che pervase Alfa dal più profondo: quello che la infuocava, era il fatto che Bussi, oltre a non essere stato punito, era stato eletto anche sindaco di Crevacuore, più volte, ed era stato insignito della medaglia d’oro della Resistenza.

Così, una mattina di marzo del 1956, prese dal cassetto la pistola del marito, nascondendola nella borsa, ed uscì da casa, a cercare Palmo.

L’aria era fresca sul viso deciso di Alfa: aveva ventidue anni, di cui quasi la metà passati a tormentarsi per quell’atto barbaro ed insensato compiuto davanti ai suoi occhi.

Una calma glaciale scese su di lei mentre aspettava la corriera, con il peso della giustizia dentro alla borsa a ricordarle il senso del gesto che si accingeva a compiere: scese dalla corriera e salì su un’altra che la portò a Borgosesia. Con determinazione percorse a piedi gli ultimi chilometri che la dividevano da Crevacuore.

I ricordi andavano e venivano, ed accompagnavano i suoi passi: ricordava la madre trucidata brutalmente, il padre Pietro ritrovato da qualche tempo all’Ospedale militare di Baggio, il fratello Italo che si trovava in Germania a lavorare già da prima della guerra.

Un solo pensiero la aveva sostenuta in tutti quegli anni: non tutti i vinti tacciono e ricordano silenziosamente i loro morti, e lei non avrebbe taciuto.

La voglia di trovare Palmo e chiudere una volta per tutte quella storia l’aveva tenuta in vita, anche quando l’unico desiderio che aveva era di ritrovarsi fra le braccia della madre.

Arrivata in paese, si recò alla sede del Comune: il palazzo squadrato era come lo ricordava; sul terrazzo che sovrastava il portone d’ingresso, stava la bandiera italiana, immobile, nell’aria immota di quella mattina.

Alfa chiese del Sindaco, ed una donna seduta alla scrivania che si trovava nel piccolo atrio della casa comunale, le disse che quella mattina ancora non si era visto.

Allora si diresse verso la casa del Bussi, a passi decisi: Bussò alla porta, ma nessuno rispose.

Allora, stringendo la borsa nella mano destra, si avviò nella piazza del piccolo paese.

Fuori dall’unico bar che si affacciava sulla piazza, sedeva un uomo, da solo: portava un berretto scuro, calato sul viso, che gli celava gli occhi.

La osservava da un po’.

Si rivolse a lei con fare brusco, come se Alfa gli avesse domandato qualcosa.

“A còsa ch’al giba tota? Date n’ande! [6]

Alfa si voltò a guardarlo, e gli rivolse un pallido sorriso.

“Chiel a l’é lontan da cà, adess.[7]

“State parlando del Bussi?” chiese Alfa.

“Sicur![8]

L’uomo aveva tolto il berretto che gli copriva il capo, mostrando alla giovane il suo volto.

“Cuand ca la merda la munta la scagn o ca la spusa o ca la fa dagn.[9]

Alfa, in quell’attimo, ascoltando quelle parole ebbe l’impressione di aver già visto il volto di quell’uomo.

“Chiel l’ha massà toa mare. Chila j’era giovo e dovrìa vive![10]

Gli occhi di quell’uomo si velarono di lacrime, e d’un tratto Alfa riconobbe nel viso di quell’uomo il partigiano Orlando, l’uomo che l’aveva strappata dalle braccia della madre e che le aveva voltato il viso quando Palmo l’aveva fatta giustiziare.

Sembrava che la stesse aspettando: Alfa rimase, con la bocca asciutta di parole di fronte a quell’uomo.

Orlando si calzò di nuovo il berretto sulla testa e la indirizzò a casa di una certa Rina Perolini, che a dir suo era l’amante del Bussi da più di dieci anni.

Alfa, scossa, ma decisa volò sulle scarpe della festa che aveva indossato per l’occasione, come sua madre aveva indossato il vestito blu a fiorellini nel suo ultimo giorno.

Arrivò sul luogo indicato da Orlando, e vide il Bussi attraverso le tende fine che stavano alle finestre: non aveva più indosso la divisa dei partigiani ma una camicia grossi quadri.

Un brivido percorse la schiena della giovane donna, mentre prepotente tutto il dolore e l’orrore vissuto dalla bambina Alfa risalirono a galla in un attimo, impietosi.

Si avvicinò alla porta e bussò, con le nocche del pugno chiuso: la porta si aprì ed Alfa si trovò di fronte una donna minuta, con i capelli biondi che le sfioravano le spalle e le labbra scarlatte di rossetto.

La donna, sorpresa, fissava la giovane che aveva bussato alla sua porta, chiedendosi chi fosse, scambiandola forse per la nuova ostetrica che stavano aspettando in paese.

Per un attimo le due donne si fissano in silenzio, poi Alfa lo chiamò a voce alta, gridando.

“Bussi!”

Dalla porta di ingresso si vedeva la cucina: lui visibilmente infastidito, scostando rumorosamente la sedia, si alzò dalla tavola dove si accingeva a pranzare, e si avvicinò alla porta di casa, senza riconoscerla: come avrebbe potuto?

Alfa lo guardò per un attimo, cercando negli occhi di quell’uomo la gelida spietatezza che le aveva strappato l’affetto di sua madre e la sua fanciullezza tutta.

Si era ingrassato, ma il suo viso manteneva inalterata l’espressione strafottente di dodici anni prima: di fronte a quell’interruzione inattesa e sgradita, il volto ben rasato di Bussi assunse una smorfia di fastidio, tanto che le labbra sottili sembrarono quasi sparire.

Quando le arrivò di fronte, Alfa estrasse fulminea la pistola dalla borsa, e puntandogliela contro, con voce ferma e chiara gli disse:

“Sono Alfa Giubelli, la figlia di Margherita Ricciotti.”

Poi sparò un colpo, ma quel diavolo era un uomo forte e robusto e non cadde, anzi le si fece più vicino, colpendola al volto con un pugno.

Alfa fu colta di sorpresa dal cazzotto che il Bussi le aveva sferrato: l’uomo si gettò su di lei per strapparle l’arma, e nel corpo a corpo sembrò che lui avesse la meglio sulla giovane donna, ma poi si sentì lo schiocco secco di tre colpi di pistola, esplosi in rapida successione, e Bussi, ormai cadavere, le cadde addosso.

Finalmente era finita.

L’amante del partigiano, stava a pochi passi da Alfa, e con le mani a coprire la bocca soffocava un urlo acuto.

Alfa si rialzò, e ripose la pistola dentro la borsetta.

Le tremavano appena le mani, come quando da ragazzina aspettava che il padre decidesse se punirla o no per la marachella che aveva combinato.

Non provava né odio, né paura, non si sentiva soddisfatta, solo una grande pace ristoratrice sembrò riempirla tutta.

Lasciò il Bussi riverso a terra nel corridoio di quella casa, cadavere, e si recò, a passo deciso, alla stazione dei Carabinieri per costituirsi: un rivolo di sangue le usciva dal naso per il pugno, l’ultimo, subìto da Palmo.

Raccontò candidamente ai gendarmi chi fosse, e descrisse il gesto che aveva compiuto, adducendo le sue ragioni.

Non si pentì mai di aver ucciso Palmo: i cinque anni di carcere a cui fu condannata, le dettero il tempo di riflettere, di fare i conti con gli orchi che avevano popolato i suoi sogni di bambina.

 

Alfa riaprì gli occhi e scuotendo la testa ritornò alla realtà, uscendo da quella bolla di passato che non le faceva visita da tanto e tanto tempo.

Era tutto così lontano, ma se chiudeva gli occhi sentiva ancora le mani dell’amata madre che le carezzavano il viso ed i capelli: per questo alle sue due figlie, nate dopo la detenzione, non aveva mai fatto mancare carezze.

 

 

 

[1] Racconto liberamente ispirato alla storia vera di Alfa Giubelli

[2] Andiamo!

[3] Ricciotti era il cognome di Margherita, madre di Alfa, e Giubelli quello del padre, Pietro.

[4] La pietà è finita!

[5] Sei matto?

[6] A cosa stai giocando signorina? Datti una mossa!

[7] Lui è lontano da casa, adesso.

[8] Sicuro!

[9] Quando uno acquista potere si monta la testa e fa danni.

[10] Lui ha ucciso tua madre, lei era giovane, doveva vivere!

327 commenti Aggiungi il tuo

  1. Rolfo Magistris ha detto:

    Infine, facendo la somma del tutto, assegno un 10 e LODE con BACIO ACCADEMICO

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  2. Giorgio ha detto:

    Veramente coinvolgente.. Brava

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  3. Giorgio ha detto:

    Un breve racconto che coinvolge e ti porta all’interno della storia.

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  4. GIANLUCA B. ha detto:

    Racconto intenso e avvincente …. veramente bello !!! … complimenti alla scrittrice ….. BRAVA

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  5. GIANLUCA B. ha detto:

    Bellissimo ed emozionante racconto. Letto tutto di un fiato !!!! Complimenti Roberta

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  6. GIANLUCA B. ha detto:

    Credo che questo scritto mi rimarrà impresso nella mente a lungo !!!! Veramente carino !!!! …. mi è piaciuto tanto !!!

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    1. Simona Sebastiani ha detto:

      Bellissimo

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  7. GIANLUCA B. ha detto:

    Rappresentazione dei fatti semplice e diretta …. complimenti alla scrittrice!!!!

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  8. Antonio B. ha detto:

    L’ho riletto di nuovo e devo dire che è veramente bello !!!!

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  9. Antonio B. ha detto:

    La seconda lettura me lo ha fatto apprezzare ancora di più !!! Bel racconto davvero

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  10. Marcella ha detto:

    Emozionante!

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  11. Cristina ha detto:

    Racconto che colpisce dritto al cuore… emoziona fa riflettere…..

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  12. Rosa Brandonisio ha detto:

    Storia vera ed intensa,mi ha colpita ed emozionata. Grazie all’autrice per aver dato voce al profondo dolore della bimba impotente ed alla ingiustizia subita dalla mamma inerme!
    Mi piace molto!

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  13. Rosa Brandonisio ha detto:

    Storia vera ed intensa,mi ha colpita ed emozionata. Grazie all’autrice per aver dato voce al profondo dolore della bimba impotente ed alla ingiustizia subita dalla mamma inerme!
    Mi piace molto!

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  14. Massimo ha detto:

    Storia emozionante di crudeltà e affetti indimenticabili

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  15. Massimo ha detto:

    Bellissimo racconto

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    1. Simona ha detto:

      Riletta tutta d’un fiato… È qualcosa di puro e al contempo spettacolare. Complimenti ancora!!!!

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  16. Massimo ha detto:

    Intenso ed emozionante

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  17. Massimo ha detto:

    Storia che colpisce il cuore e i sentimenti veri

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  18. Antonella ha detto:

    Più che parole scorrono le immagini crude ma di un realismo totale!
    La Mezzabarba , per chi la conosce, ha questa straordinaria capacità di coinvolgerti e di emozionarti fino alla fine!

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  19. Paola ha detto:

    Coinvolgente!!!

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  20. Paola ha detto:

    Una storia e una scrittura coinvolgente, brava Roberta!

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  21. aldo ha detto:

    veramente un’ottimo racconto di una triste pagina della nostra storia recente

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  22. aldo ha detto:

    un racconto che ha il coraggio di raccontare pagine tenute nascoste per troppo tempo. Brava Roberta

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  23. fabia romano ha detto:

    La dolcezza del gesto d’amore nelle ultime righe è come una pace verso il mondo nel attimo delle sue tragedie.

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  24. Augusto V ha detto:

    storia di un passato crudele, purtroppo spesso dimenticato, che la scrittrice grazie alla sua capacità descrittiva mi ha portato a vivere.

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  25. Bernardino Colageo ha detto:

    Un racconto avvincente ed emozionante che ci riporta indietro nel tempo.

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  26. Sara ha detto:

    Ottima lettura.

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  27. Alessandra B ha detto:

    Un racconto seppur breve ti coinvolge in un turbinio di sentimenti che vanno dalla speranza alla pietà, dalla disperazione alla rabbia.

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    1. Colageo B. ha detto:

      Un racconto che ci porta indietro negli anni, raccontato con enfasi un periodo buio per la nostra nazione. Narrazione fluida e coinvolgente. BravaRoberta

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  28. Corrado ha detto:

    Una volta iniziata la lettura non smetti più fino alla fine.
    Complimenti

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  29. Augusto V ha detto:

    Molto bello e coinvolgente, ti fa conoscere una parte della nostra storia dimenticata

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  30. Tiziano Medori ha detto:

    Ti fa entrare dentro la storia, quante verità….una realtà disarmante e coinvolgente narrata in modo entusiasmante.

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  31. Katia ha detto:

    Bravissima che dire riesci sempre a rendere ogni tuo racconto realistico .Complimenti aspettiamo a breve un altro tuo racconto.

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  32. Claudio Sara ha detto:

    Bello, intenso e coraggioso.
    Brava!

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  33. Claudio ha detto:

    Un racconto che stupisce per la sua originalità. Oltre ad essere ben scritto, infatti, colpisca la possibilità di leggere la storia da un’ottica diversa da quella consueta.

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  34. MariaPrimerano ha detto:

    Coinvolgente

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  35. Lina ha detto:

    Racconto intenso e coinvolgente, Mezzabarba una scrittrice dalle capacità Indiscusse che ti sorprende ogni volta , prende la tua testa ….Ti prende e ti porta via ….lontano

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  36. Claudio Sara ha detto:

    Pennellate d’artista a dipingere uno dei tanti drammatici episodi del nostro dopo-guerra. Chapeau.

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  37. Claudio Sara ha detto:

    I racconti come questo sono la strada per una vera pacificazione nazionale, per archiviare definitivamente le pagine più tristi e drammatiche della nostra storia. Scrittura, in ogni caso, cruda ed immediata, scorrevole e coinvolgente. I miei complimenti.

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  38. Julia ha detto:

    Sei bravissima

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  39. scacchi2010 ha detto:

    Quando, alla fine della lettura, i tuoi occhi sono carichi di lacrime e senti i brividi pervadere il tuo corpo sai che non potrai dimenticare facilmente quello che hai letto. Meraviglia.

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  40. cristina canonico ha detto:

    da leggere e rileggere.Propio bello

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  41. Fabiola ha detto:

    Un racconto bellissimo e intenso!!!

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  42. Fabiola ha detto:

    La scrittrice come al solito ti fa entrare nella storia del racconto perché sempre ben dettagliato !

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  43. miriam anzini ha detto:

    stupendo arriva dritto al cuore

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  44. Maria Vittoria ha detto:

    Emozionante !!

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  45. Loredana ha detto:

    Come sempre la storia ha due volti…. E la penna di Roberta, come sempre realistica, ne dà l’immagine senza giudizi…

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  46. Tiziano Grossi ha detto:

    Racconto che sembra inciso sulle pietre del vecchio lavatoio di campagna che faceva da rifugio alle mie marachelle di bambino; quel lavatoio testimone di ginocchia sbucciate e lacrime di sudore; teatro dei racconti con i quali mia nonna, con la cesta dei panni in capo, provvedeva a popolare la mia mente di un passato ancor vivo, ancor oggi leggibile negli occhi di quella vecchietta di quasi 100 anni….ancora con il fazzoletto in testa a trattenere fili d’argento mai in realtà troppo lunghi da destar vezzo o poca praticità. Un racconto che a onor del vero profuma del sapone di marsiglia battuto con forza su bianche lenzuola consunte eppur degne di ornare ancora una volta il giaciglio di occhi che hanno visto, sgranati e in presa diretta, la follia di quegli anni. Complimenti all’Autrice

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  47. Tiziano Grossi ha detto:

    Storia che trae dalla realtà la sua più lirica e astuta forma di avvincente narrazione: la cronaca di un “dialetto” storico immortale. Come Alfa dona pace all’immortalità dell’amata madre così l’autrice grazia il lettore traendo sapientemente dai filari di un vigneto minato da acini troppo spesso acidi un passito di grande eleganza emotiva e calore al palato…mi piace pensare che ad un certo punto l’Autrice abbia riposto penna e calamaio per condurre senza vanificazione una perfetta e audace fermentazione del processo di vinificazione narrativo. Chapeau

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  48. Tiziano Grossi ha detto:

    Non si smentisce nemmeno in questo caso la capacità dell’Autrice di impersonare il ruolo di regista contemporaneo sulla trama di un trascorso storico ricco delle radici proprie del vernacolo di OGNI provincia Italiana. Si notano chiaramente i riferimenti alla cinepresa di Spike Lee e a alla penna di James McBride ma con un sapore che evoca i migliori momenti di Anna Magnani di fronte all’occhio di Rossellini e Luigi Zampa. Brava perchè nulla è mai scontato e la tensione narrativa tiene quota durante “tutto il tragitto”, anche quando la morsa del coraggio “impone” con la dovuta efficacia….di premere il grilletto

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  49. Tiziano Grossi ha detto:

    Una composizione ad olio che diluisce le essenze del lino e della noce con “l’essenzialità” del rosmarino….più pregiata, più italiana, più distillata, fluida ed in grado di garantire trasparenza e tenacia rispetto all’ingiallimento del tempo…davvero Brava. Come saper attualizzare tematiche inflazionate con le tecniche tradizionali attraverso il “dialetto” contemporaneo….una vera smartwriter!

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  50. Vincenzo ha detto:

    Roberta ha la capacità di farti sentire parte del racconto. Complimenti.

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