Sandra Vannicola – Racconto Sez. D

UN PASSO FALSO SOPRA AL CIELO

Era l’ora del riposino pomeridiano, mia zia dormiva già russando a più non posso, io ero adagiata sopra al mio asciugamano lilla e facevo finta di dormire per non farmi sentire: se zia mi avesse scoperta sarebbero stati guai per me!

All’improvviso intravidi un aquilone, guidato da un vento forte e maestoso, nel silenzio quasi irreale della spiaggia alle due di un pomeriggio di agosto. Erano gli unici momenti di svago ritagliati dalle mie terribili giornate d’estate. Giornate di una bimba di dieci anni impegnata ogni giorno nei campi insieme ad una madre padrona che non la degnava mai di un gesto d’affetto.

Guardavo l’aquilone con ammirazione e stupore; una sagoma romboidale a colori pastello guidata da un filo di raso che ondulava maestoso tra le pieghe sinuose del vento.” Un buffo incantesimo del cielo!”, pensai. I miei occhi di bimba, già molto più pronti e maturi della mia età anagrafica, seguivano quel filo come ipnotizzata da tanta libertà. Tutto mi avvicinava all’idea di volare. Solo un pensiero leggero, evanescente, forse più consapevole di quanto io potessi immaginare.

Presi il diploma da hostess, assistente di volo per la precisione, tra l’incredulità e il dispiacere di mia madre che mi avrebbe voluta ancora lì a sgobbare con lei su quei filari. Così, a soli diciotto anni iniziai a fare le mie prime rotte aeree. Iniziai con una compagnia di volo molto modesta, poi pian piano iniziai a farmi valere sempre di più ed ecco l’occasione della mia vita. Era un sabato mattina, avevo due giorni di riposo dopo i turni pazzi di Capodanno; ero sfinita, non riuscivo a dormire per la stanchezza. Sentii a mala pena squillare il telefono, pensai fosse mia madre, non risposi all’inizio; poi, finalmente mi decisi. Invece, era il mio manager che mi preannunciava il lavoro in Alitalia. L’entusiasmo degli esordi, il piacere di assaporare quello che in apparenza era un futuro radioso in una realtà da sogno, riuscivano a celare bene ciò che, invece, avrei vissuto poi. Il giorno del mio primo volo lo ricordavo bene, e lo rammentavo sempre alle mie amiche: una sensazione di libertà senza confini.

Poi conobbi lui, Marco, un angelo a vederlo, il principe azzurro con lo sguardo tenebroso. Non tardò a mettermi gli occhi addosso. Lui era il primo assistente di bordo, lo steward della compagnia in cui io lavoravo. Dapprima capitava di stare nello stesso turno una o due volte a settimana, poi non so come mi fu assegnato come assistente di linea capo. Veniva dalla buona terra di Romagna; anche il suo accento, oltre il suo aspetto, aveva un certo fascino, lo ammetto. Io non mi feci coinvolgere, però. Carino sì, forse lo avevo guardato un paio di volte, così, un buon amico per quattro chiacchiere dopo il lavoro se fosse capitato, ma nessun altro pensiero oltre quello. Non sembrava il mio tipo. All’inizio pareva gentile e forse anche discreto, o si sforzava di esserlo per salvare l’apparenza. Poi pian piano il suo sguardo si fece pesante su di me. Iniziai a realizzarlo più tardi, all’inizio pensavo di sbagliarmi. Poi con il tempo iniziò anche a puzzare di alcool e la cosa mi infastidiva non poco. Si pranzava spesso insieme, le nostre pause pranzo risicate erano consumate fugacemente o nell’antro di comando oppure in aeroporto nel passaggio brevissimo tra un volo e l’altro. Lui si intrufolava sempre come poteva anche quando stavo con Tracey, la mia dolce collega scozzese con cui avevo grande sintonia. Veniva sempre lui lì vicino a noi, a me. Trovava il modo di infastidirci con quelle sue battute di spirito che facevano ridere sempre e solo lui. Poi si lasciava andare ai suoi commenti sugli attributi femminili di quella o quell’altra ragazza che passavano in quel momento.

L’impressione di un ragazzo affascinante, a tratti anche simpatico e piacevole con cui stare in compagnia stava miseramente dissolvendosi. L’idea di un uomo molto povero di valori e anche volgare stava emergendo sempre di più. “Ehi bellezza, come sei sensuale oggi!” Aveva iniziato a ripetermi Marco ogni giorno. Io indossavo sempre la stessa divisa, ma i suoi occhi assetati di malizia vedevano sempre qualcosa di diverso. Marco iniziò a cambiare il suo sguardo che sembrava carico di manie ossessive e di un ghigno tipico di chi ama sfidare il più debole. Io non mi sentivo affatto debole, però: sapevo quello che volevo e avevo fatto di tutto per averlo.

Iniziò ad allungare le mani anche davanti ai passeggeri che coglievano il mio visibile imbarazzo.

Altre volte si avvicinava a me senza motivo mentre ricordavo ai passeggeri le accortezze per il viaggio: abbassava la sua spalla a toccare la mia con forza ma nello stesso tempo senza dare troppo nell’occhio. Stavo notando in lui anche una perfida furbizia, quella che gli salvava l’immagine di persona estroversa e simpatica con tutti, ma assolutamente costruita solo per raggiungere il suo personale tornaconto o bottino di guerra. Ahimè lo compresi fin troppo tardi!

Non sapevo più cosa fare. La sensazione era simile a una stretta al collo che ogni giorno mi toglieva sempre più il respiro. “Se lo dico a Ettore, il capo turni, quello è un suo amico e penserà che sono io”, iniziai ad interrogarmi.

Mi stava mancando il coraggio, quello che non mi era mai mancato fino ad allora, quello che mi aveva sempre sorretto nei miei giorni d’infanzia, che mi aveva sempre contraddistinto. Dentro me stava insinuandosi il dubbio, che fossi io a sbagliare, magari gli avevo fatto credere chissà che cosa all’inizio, pensai preoccupata e adesso anche impaurita. Anche nei gesti del mio lavoro, persino i più spiccioli ed abitudinari, dove la sicurezza delle mie capacità mi aveva sorretta finora, iniziai a vacillare. Feci le prime stupidaggini con un paio di passeggeri che mi costarono ahimè anche un paio di richiami.

La notte dormivo poco e quando mi svegliavo pensavo alla sua ombra ormai troppo soffocante sopra di me. Iniziai pure a fare tardi a lavoro e arrivavo sempre o assonnata o visibilmente agitata e ultimamente anche poco curata.

 

Finalmente arrivarono le mie ferie: Dio sa quanto ne avessi bisogno! Avevo sgobbato duro per un anno senza neanche un permesso e adesso quelle settimane volevo davvero godermele. Due giorni tornai da mia madre. Fu un errore, lei iniziò ad infastidirmi sin da subito. Il mio lavoro non le andava proprio giù e cercava in ogni occasione di farmi cambiare idea. Avrebbe voluto per me una vita sui campi come la aveva avuta lei, a sgobbare per il padrone di turno di questa o quella masseria, a sottostare a soprusi, rinunciando a tutto ciò che di bello può dare la campagna. Il duro lavoro certo, quello non mi spaventava, ma quello onesto e autentico. Io avevo già dato tanto da piccolina e adesso volevo avere la possibilità di vivere semplicemente la mia vita facendo ciò che mi piaceva. Questo avrebbe voluto per me il mio dolce papà Gianni, strappatomi dal cuore anzitempo da una mietitrebbia difettosa: tutto tragicamente davanti ai miei occhi di soli tredici anni. Quando tornai per quei due giorni, mia madre non mi diede neanche un abbraccio, solo uno sguardo quasi gelido e sornione. Non sapeva ascoltare la voce del mio cuore che diceva che io volevo fare tutt’altro nella vita, non ascoltava la mia sofferenza dentro alle mie lenzuola spesso bagnate da lacrime di notti sempre troppo pensierose; non sapeva leggere nella luce dei miei occhi per comprendere chi io fossi veramente. Ho ancora sulla pelle i suoi occhi freddi, indifferenti, quasi amaramente compiacenti mentre il signor Sergio della fattoria “Di Sotto” mi stava per legare perché non volevo aiutarlo con i maiali giù alla stalla. L’obbedienza vile e incondizionata regnava da sempre nelle mentalità bieche e ingannevoli da cui provenivo. Sentivo di dovermi ribellare, però.

Mille, troppe opportunità avevo dato a mia madre nel tempo. Quella fu l’ultima volta che tornai da lei e che, purtroppo, la vidi. Dopo la fine delle ferie, infatti, decisi di trasferirmi a Roma, qui l’aeroporto e la capitale offrivano le opportunità che volevo e che sentivo di meritare.

 

Continuai quindi le mie vacanze in montagna, decisi di andare in Val Gardena: scelsi un albergo modesto a Selva e lì trascorsi le mie settimane di ferie residue. Amavo gli alberi, i boschi, la natura, quella un po’ selvaggia che sa ascoltare, che non giudica, che sa stare in silenzio quando serve. Amavo la montagna discreta che da piccola vedevo solo sui libri di scuola ma che non avevo mai potuto realmente respirare. Amavo la montagna complice dei pensieri, delle pause del cuore, delle riflessioni più profonde dell’anima. Questo immaginavo e speravo di trovare in quei giorni tutti per me. Nessuno dei miei amici o colleghi di bordo sapeva dove fossi: avevo preferito mantenere un riserbo che mi garantisse il relax più profondo. Solo il mio capo del personale sapeva, per la reperibilità a cui ero obbligata nel mio lavoro.

Lui riuscì a trovarmi anche qui. Un riposo assoluto nei primi due giorni; poi iniziai a sentirmi osservata, non so una sensazione strana, quasi maniacale che mi metteva un’ansia profonda addosso. Quindi incominciò la paura perché, anche se non lo avevo visto, in cuor mio sapevo che lui era qui.

Stavo nella hall a sorseggiare un digestivo all’arancia e a messaggiare con Tracey dei nuovi turni di lavoro e di quella boutique in piazza di Spagna dove avevo ammirato un vestito bellissimo. In quel momento, un’ombra si impadronì di me. Alzai lo sguardo e vidi lui. Quasi sbiancai per la paura.

“Ciao piccola, mi stavi aspettando?” Esordì Marco con l’alito di alcool più pesante che mai.

“Che ci fai qui?” Risposi io visibilmente scocciata ed infastidita.

“Mi stavi aspettando vero?” Continuò lui con lo sguardo sicuro. Nelle pieghe dei miei pensieri balenò il terrore, il terrore di un uomo troppo vicino a me, ma nel modo più sbagliato.

“Non dire sciocchezze Marco. Ti conviene andartene o chiamo qualcuno. Voglio stare sola ti ho detto!!” Rimarcai io con la convinzione più forte che conoscevo.

“Io non mi muovo bellezza!” Aggiunse lui con fare sfrontato e strafottente.

“A me non dici bellezza e vedi di mantenere le distanze che altrimenti mi metto ad urlare!” Continuai io con una voce quasi già rotta dal pianto.

Qualche avventore si era girato in quel momento e allora lui decise di comportarsi come la sua furbizia proverbiale gli suggeriva. Con fare disinvolto si sedette sulla poltrona a fianco alla mia. Iniziò a fumare la sua sigaretta elettronica con un’aria di altezzosa indifferenza.

A quel punto mi assalì anche la rabbia. Pensai a qualcosa da fare: dovevo farla adesso che non ero sola. Con la scusa di andare in bagno riuscii a buggerarlo e mi infilai frettolosamente nella mia stanza al secondo piano, chiusi la porta a chiave e tirai un sospiro. “Se ne andrà!” Pensai. Non fu così purtroppo. La notte trascorse tranquilla e anche il giorno seguente, pareva se ne fosse andato, di lui nessuna traccia. Avevo pure chiesto al portiere se quel ragazzo della sera precedente si era più visto e lui mi rispose che se ne era andato una mezzoretta dopo che io avevo lasciato la hall. La cosa parve rassicurarmi. Comunque, trascorsero altri due giorni, tutto nella normalità. Il terzo giorno cenai abbastanza presto, mi sentivo un po’ debole, strana, una sensazione mista tra le due cose, decisi di comprare un libro e mi ritirai molto presto in camera. Il giorno seguente avrei partecipato ad un’escursione di gruppo e la cosa mi entusiasmava parecchio. Mi bruciava un po’ lo stomaco, però, allora chiesi una camomilla in camera. Toc, toc! Sentii bussare la porta neanche cinque minuti dopo. “Che efficienza!” Pensai subito tra me. Aprii la porta con fermezza e sentii gelarmi il sangue. Anche la vista pareva essersi appannata e iniziai a sudare freddo.

“Ehi pensavi di esserti liberato di me, povera sciocca!” Così subito mi apostrofò lui. Raccolsi il coraggio che mi era rimasto e con prontezza feci per chiudere la porta, gliela avrei sbattuta in faccia. Non feci in tempo purtroppo. Il suo piede pronto si mise tra la porta e me bloccando il mio tentativo di chiudere. In quel momento fu il terrore ad assalirmi. Egli riuscì ad entrare, chiuse la porta e iniziò a ridere: una risata che sembrava quasi indiavolata, due occhi assetati e uno sguardo gonfio di mali propositi. Compresi le sue intenzioni ormai chiaramente. “Vattene! Ti prego lasciami in pace!” Iniziai ad urlare, ma subito egli mi mise una mano davanti alla bocca che quasi mi tolse il respiro. Poi egli lasciò la mia bocca con la promessa che io non avrei più dovuto urlare perché in tasca minacciava di avere anche un coltellino. Dovetti credergli così non fiatai più. Allora pensai che, forse, dovevo cambiare discorso, la situazione stava mettendosi male, percepii una sensazione quasi di non ritorno. Decisi di parlare del lavoro; attaccai con i nuovi turni e poi parlai di Tracey, mi sarei inventata qualcosa sul suo conto pur di uscire da quella brutta situazione. Non ne ebbi il tempo. Con una spinta Marco mi fece cadere per terra sopra al tappeto della camera. Battei la testa ma non svenni. La sua risatina lo accompagnava ancora; io, stesa sopra quel pavimento, lo guardavo cercando di farlo desistere e trovai il coraggio di dirgli: “perché mi fai questo? Lasciami in pace ti prego.” All’udire la parola “ti prego” egli scoppiò nel delirio più profondo, quello di un uomo che non può più dirsi uomo perché diventa solo pura bestia senza ragione.

Prima un calcio sulla coscia destra, poi un altro e un altro ancora. Io riuscivo solo a dire: “basta, basta per favore!” Poi si accucciò al pavimento anche lui e iniziò a schiaffeggiarmi il viso, prima a destra poi dall’altra parte. Sentivo gocciarmi il sangue dalla fronte, ma non potevo fare nulla.

Dopo che mi ebbe devastato il viso e la parte fisica di me, armato sempre di un sorriso diabolico, egli si concesse una pausa, come stremato da tanto lavoro sporco mentre i rivoli di sangue e lacrime mi stavano rigando il viso. Sembrava essersi stancato e si sedette a bere un goccio d’acqua frizzante dall’unica bottiglia che avevo in camera. Poi ricominciò con la sua risata maniacale, che rimbalzava nel mio cervello martoriato dai pensieri oltre che dal dolore. L’angoscia più profonda e lacerante raggiunse il mio cuore ormai strappato. Ma egli continuava a stare seduto quasi in vezzo di stanchezza.

“Mi fa male tutto, ma sono ancora viva!” pensai tra me sorretta da una flebile speranza.

Purtroppo lui non era ancora soddisfatto di sé. Voleva sconvolgermi anche nella purezza, nella sfera più segreta e intima di me, quella che ogni donna decide di percorrere solo se e quando vuole: solo allora lui avrebbe potuto sentirsi vincente e uomo vero. Tante, troppe volte io lo avevo respinto e questo era insopportabile per lui.

Le sue mani erano schegge di cristallo sopra di me, i suoi occhi e la sua bocca lame di ferro taglienti.

Il suo sguardo perso nei meandri di un desiderio sporco, viziato, malato.

Riuscii a toccare il vuoto della mia anima. Il mio cuore batteva ancora, ma ormai era come se io fossi morta.

Raggiunto il suo obiettivo, egli lasciò la mia stanza.

Penso poi di essermi addormentata o forse svenuta dal dolore appena la cognizione di ciò che mi era successo me lo consentì. Mi svegliai poi fortunatamente penso uno o due giorni dopo.

Rimasi i giorni che mi rimanevano prima di tornare al lavoro chiusa sempre in camera. Mi feci una doccia senza guardare. Appena riuscii a rialzarmi, non trovando il coraggio e la forza di guardarmi allo specchio decisi che non lo avrei più fatto. Non scesi più sotto se non per tornare a casa. Mi feci portare tutto in camera.

Non dissi niente a nessuno, non riuscii a confidarmi neanche con Tracey. Avevo raccontato di un incidente con la macchina che avevo fatto da sola contro un albero di ritorno dalla vacanza, questo avrebbe giustificato le ferite e le ecchimosi sul viso, mi riempii il viso e le braccia di fondotinta, ma lei non ci credette, nessuno ci credette. Di mia madre, poi, non ne parliamo, figurarsi quello che mi avrebbe potuto dire se lo avesse saputo. Stavo già troppo male. Non avevo bisogno di affondare il coltello più giù di così.

Il lunedì seguente tornai a lavoro. Lui stranamente non c’era. La sua codardia si svelò chiara anche in questo. Non c’era neanche il martedì, poi Tracey mi disse che era in ferie tutta la settimana.

Domenica fu un giorno difficile, forse il più difficile. Tracey aveva riposo.

Il giorno seguente sarebbe tornato lui e il solo pensiero mi rallentava il respiro. Non ce la facevo neanche a lavorare, ero stremata dentro. Sentivo le forze abbandonarmi. Sentivo il cervello percorrere strade vuote, indefinite, spazi lontani che mi portavano via da lì, da quell’aereo Boeing 777-300ER che fra un’ora sarebbe arrivato a Berlino.

A Berlino io non arrivai mai. Feci un sorso d’acqua e mi iniziarono a sudare pure le mani. Sentivo la vita sfuggirmi di mano. Stavo ormai in uno spazio dentro me che si staccava dal resto. Quel resto che non volevo più.

Il volto di mio padre che, sorridendomi, quasi mi chiamava a sé, seppe darmi il coraggio che mi mancava. Aprii il portellone e senza troppo pensarci su mi lasciai cadere nel vento.

 

 

Questa è la storia di una donna forte che non ha avuto altro scampo se non togliersi la vita.

Questo è il racconto, frutto di immaginazione, di una ragazza tenace, vogliosa di comporre il proprio futuro.

Questo è il grido inascoltato di una donna che è diventata una persona fragilissima, non riuscendo a trovare altra via se non abbandonarsi ad un gesto estremo, proprio lì in quel cielo e tra quelle nuvole che lei ha tanto amato in vita e che l’hanno attesa tenue, dandole, forse, il coraggio che le mancava per lasciarsi andare.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...